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Dalla parte degli Italiani

Gentile Presidente del Consiglio Giuseppe Conte,

si trova a gestire il Paese in una contingenza alquanto difficile, ma diventerebbe tutto molto semplice se nelle sue decisioni si facesse guidare dalla sua Coscienza, e non da complicati calcoli sullo spread o da rocambolesche proporzioni tra debito e PIL. Sarebbe tutto più semplice se si facesse guidare dalla Coscienza del buon padre di famiglia. È un momento delicato, ma anche una grande occasione che le viene offerta.

Comprendiamo quanto siano forti e minacciose le pressioni che Lei riceve da ogni parte. Sappiamo bene che, dentro e fuori il nostro Paese, molti sono i personaggi e i poteri che continuano da decenni a saccheggiare le enormi potenzialità e la grande ricchezza di questo popolo. Sappiamo che tutti coloro che sono complici interessati di questo gioco al massacro cercano di renderci servi delle irrilevanti e inique leggi del mercato. Conosciamo bene le menzogne che sono state raccontate al popolo per decenni: che viviamo al di sopra delle nostre possibilità, che siamo in debito, che dobbiamo pagare per una colpa inestinguibile, che dobbiamo rinunciare alla nostra sovranità, cioè a decidere per noi stessi.

Ma Lei può fare la differenza. LA PREGHIAMO DI NON FIRMARE LA RIFORMA DEL MES, NÉ ORA NÉ MAI. Non si renda complice della condanna a morte di un intero popolo mediante i vincoli debitori che esso comporta. Con quale coscienza potrebbe pronunciare una simile sentenza per i suoi concittadini, che è chiamato a rappresentare e a difendere?

In questa crisi, la Germania difende giustamente se stessa e la propria economia annunciando credito illimitato alle imprese, nazionalizzazioni, rilocalizzazioni della catena produttiva delle aziende. Questo è un diritto anche dell’Italia, che possiamo esercitare mediante la Cassa Depositi e Prestiti, in quanto banca a maggioranza pubblica.  Basta con i prestiti ad interesse che ci indebitano e con il doppiopesismo, per cui ad altri Paesi dell’UE è permesso ciò che all’Italia è sempre vietato. Uno Stato ha il dovere primario di tutelare la propria economia.

Finora l’Europa non democratica dei tecnocrati e della finanza ci è costata molto e ci ha imposto vincoli enormi e irrazionali, con i quali gran parte della nostra grande ricchezza è stata prosciugata. Ora, in mezzo alla crisi sanitaria, siamo stati lasciati soli, almeno finché anche gli altri non sono stati coinvolti. Abbiamo visto che cosa ne è stato della Grecia. Ma che cosa ce ne facciamo di meccanismi economico-finanziari che ci danneggiano soltanto? Che non ci forniscono gli aiuti quando ne abbiamo bisogno? Abbiamo già dimostrato di essere in grado di fare miracoli, quando possiamo decidere per noi stessi. Ma non possiamo farlo se la nostra economia è governata da poteri non trasparenti che ogni volta che cerchiamo di tirare fuori la testa ce la ricacciano sotto per affogarci, e se i trattati europei ci impongono una Banca centrale che ha il compito di difendere la stabilità monetaria, anziché la vita, il lavoro e il benessere dei cittadini, come prescrive la Costituzione. Non possiamo farlo se Lei non rappresenta gli italiani con l’intenzione di proteggerli.

Non vogliamo credere che questo sia stato il compito che le hanno assegnato. Sicuramente gli Italiani non le hanno dato tale mandato, ma la stanno guardando con occhi di speranza perché Lei faccia la cosa giusta per loro e per la meravigliosa Italia. Speriamo che Lei non voglia assecondare obbediente chi vuole dare il colpo di grazia agli Italiani.

Perciò le chiediamo, in quanto cittadini di questo Paese, di farci riprendere la nostra sovranità monetaria, di fare come la Germania e di ridare piena funzionalità di banca pubblica alla Cassa Depositi e Prestiti, di rimettere sangue nell’organismo anemico della nostra economia senza chiedere niente a nessuno e soprattutto SENZA INDEBITARCI. Le soluzioni non mancano certo, come spiegano da anni tanti economisti di valore. NOI SIAMO IL POPOLO SOVRANO E NON CI STIAMO PIU’ AD AMMAZZARCI DI FATICA PER ARRICCHIRE CHI CI SFRUTTA. Le chiediamo di essere forte e di appellarsi al popolo, anziché inchinarsi alla cupola di potere che ci taglieggia da decenni. Sappiamo che in molti si stanno adoperando per la nostra rovina, e lo sa anche Lei.

SE SI VUOLE RIBALTARE LA SITUAZIONE C’È BISOGNO CHE LA COSCIENZA ENTRI IN AZIONE, CON PAROLE CHIARE, ONESTE E DIRETTE CHE SMASCHERINO I FINTI AIUTI, LE FALSE LUSINGHE, LE PREOCCUPAZIONI AFFETTATE E LE DIPLOMAZIE MANIPOLATORIE.

LE FINZIONI LE LASCI AGLI IPOCRITI SENZ’ANIMA. LEI SI ERGA AL DI SOPRA DI QUESTO SCENARIO MESCHINO E CON LA VOCE DELLA SUA COSCIENZA PARLI SCHIETTO IN DIFESA DELLA SUA GENTE.

DICA FORTE CHE IN COSCIENZA NON LO PUÒ FARE, CHE LA SUA COSCIENZA NON LE PERMETTE DI AGIRE IN QUESTO MODO CONTRO I SUOI CONCITTADINI, E L’INCONTRASTABILE RAGIONE DELLA COSCIENZA NON POTRÀ ESSERE ATTACCATA, CONTRADDETTA O VINTA. IL POPOLO ITALIANO LA SOSTERRÀ.

Spero che ambisca a essere ricordato nella storia per essere un politico patriota e virtuoso, un vero statista, come i Padri Costituenti, e non per essere stato la versione italiana di Alexis Tsipras. La differenza tra i primi e il secondo l’ha fatta semplicemente la Coscienza.

Non abbia timore delle minacce e dei ricatti, come non ne abbiamo noi. Le chiediamo di non assumersi la responsabilità dell’annientamento morale, culturale, civile ed economico del nostro Paese.  NOI, IL POPOLO ITALIANO, SAREMO CON LEI. E SIAMO TANTI.

In attesa di vederla all’opera al fianco della sua Coscienza,

Con Onore,

Il Gruppo Rebis – Il risveglio del Femminile per un popolo sovrano e consapevole
www.grupporebis.org

Per firmare la petizione su change.org clicca qui: http://chng.it/Rc4qL7JH

Quante volte

Quante volte non mi sono riconosciuto.
Quante volte ho creduto di essere io.
Quante volte ho reagito pensando che la mia forza fosse la violenza e l’aggressività.
Quante volte non ho riconosciuto l’amore intorno a me scambiandolo per debolezza dei poveri.
Quante volte mi sono sentito sicuro nella mia superficialità spacciandola per granitica certezza.


Quante volte ho creduto essere il nemico anemico quella persona o quella situazione che semplicemente mi stava dicendo “guarda che quello che hai fatto è sbagliato”.
Quante volte nella mia stupidità ho cercato di allontanare l’amore che non era quello che io credevo, affermando che la passione vera bisognava viverla fisicamente.
Quante volte ho nutrito il corpo affamando l’anima dimenticando che entrambi vanno nutriti.


Quante volte ho difeso coloro che hanno fatto di me uno schiavo pensando che quella che mi davano fosse la libertà promessa e il mio vivere ideale, ma che poi si sono rivelate delle menzogne maligne.
Quante volte ho creduto nella luce essendo certo fosse appannaggio del successo degli uomini senza pensare che fosse l’impalpabile contrassegno dell’amore di un dio vero.

Quante volte nel cercare di svicolare le responsabilità del mio vivere mi sono rifugiato nel freddo calore della menzogna, identificandolo come un ristoro ma senza riconoscerlo per quello che in realtà era: la mia tomba.
E quante volte non ho ascoltato la voce del mio cuore soffocandola e ritenendola un rumore di fondo fastidioso da silenziare con un pulsante senza nemmeno accorgermi che inconsapevolmente stavo attivando delle mani scure attorcigliate intorno alla mia gola.

Quante volte non mi sono chiesto”ma sto facendo la cosa giusta?” e quello che ho sentito è il silenzio di chi non vuole che tu senta la risposta.
Quante volte sono partito per viaggi avventurosi alla ricerca di parti di me stesso e non mi sono accorto che i compagni che mi portavo dietro in realtà erano dei falsi amici che, vittime anche loro dell’ignoranza, hanno trasformato il mio viaggio in una deportazione comune verso l’inferno.
E quante volte non ho riconosciuto i veri compagni e anch’io mi sono comportato da assassino semplicemente perché non ho saputo riconoscere la leggerezza della loro compagnia e l’esuberanza del loro scopo.

Quante volte sono ritornato dai miei viaggi con dei tesori in tasca e invece di custodirli nel mio cuore li ho ceduti credendo di arricchire altri, oltre me, del dono dell’esperienza e ritrovarmi povero e reietto svuotato di tutto.

Quante volte ho cercato di approfittare di qualcuno senza chiedermi che cosa stessi facendo ritrovandomi a distruggere la comprensione custodita in quell’anima immortale ferendola a morte.
Quante volte ho creduto che fare la cosa giusta fosse sbagliato semplicemente perché sentivo dentro di me un grido di dolore e, credendolo mio, ho desistito dall’azione pensando di soffrirne ancora di più, senza accorgermi che in realtà era il grido delle mie parti scure e parassite che vivevano nell’ombra e che non volevano assolutamente che io portassi dentro di me la luce a illuminare anche loro.

Quante volte ho pensato di smettere di lottare per rifugiarmi nell’eterno riposo pensandolo anche una cosa auspicabile dopo tante fatiche.
Quante volte per paura di morire non ho fatto la cosa giusta senza vedere che così facendo morivo di più.
Quante volte ho fatto tutto questo?
Tante. Troppe.

Arriva il momento in cui il tuo cuore dice: basta, non voglio più soffrire.
Non è più il tempo di essere leggeri e sonnolenti.
Arriva il momento in cui senti dentro di te che la misura è colma e che adesso la finzione è finita.
Arriva il momento in cui le ferite si richiudono e il dolore si lenisce e lasciano il campo alla vittoria.


Se soffri ma non muori o muori ma non completamente ce la puoi sempre fare.
Amore che mi hai guidato da altrove, adesso so, ancor meglio di ieri, che quando decido di elevarmi al rango che è mio e che mi spetta, nonostante “me”, sei ancora lì, capace di perdonarmi e di amarmi.

Dedico tutto questo a Te!

Lorenzo Ferrante
Blogger Gruppo Rebis

Love what are You

Love, what are you? 
I always call you within me.
What mystery are you? 
I would like to unravel it so I can feel you.
What should I do? 
I already know, but it does not come natural yet.
And all that remains is for me to wish
That you manifest yourself through me.
But there must be an effort on my part.
The commitment to myself. 

Then I feel the love emerging naturally 
Within my consciousness.
This happens as an understanding of myself
And then I think of You.
I begin to understand the mystery.
How can I love You if I do not love Me?

Andra Cernat
Blogger Rebis Group

Amore cosa Sei

Amore cosa sei?
Ti chiamo sempre dentro di me.
Che mistero sei? 
Vorrei svelarlo per poter sentirti.
Cosa dovrei fare? 
Lo so già, ma ancora non mi viene naturale.
E quello che mi rimane è desiderare
Di manifestarti attraverso me.
Ma uno sforzo da parte mia c’è.
Il mio impegno con me.

Poi sento l’amore che nasce naturale 
Nel seno della mia coscienza.
Questo accade come comprensione di me
E poi penso a Te.
Inizio a comprendere il mistero.
Como posso amare Te se non amo Me?

Andra Cernat
Blogger Gruppo Rebis

My ancient Self and the awakening in the river

Usually, when I tried to find a meaning for my present and my future, I could not find it. I only observed the turning points found on my way and the directions I had taken without knowing what I would have left on the other side. The unknown. And I wondered what could have happened if I had made a different choice. A life full of regret. In vain. Nothing changed. 

Then, one day, I woke up in a big river. I found myself up against its current, which enveloped me, but the force of the water did not carry me downstream. I was still, surrounded by its whirlpools. Conscious only of the fact that it was a river of pain. It had been beating all over my limbs, and particularly on the face, since a time I could not define, but that I imagined – and felt – to be a very long time. After all, I had been asleep until a few moments before, how could I have known how long I had been there?

The pain, however, I had always remembered. It was striking me, wrapping me, whipping me, trying to drag me along, but I did not move an inch, although I was unconscious.  

From the moment I opened my eyes in the middle of the river, I stopped dreaming. And the pain became conscious. The constant crashing of the water into me, which at worst had made me fluctuate up and down but had never managed to drag me with it downstream, awakened me. I was now floating attentively, in the midst of the swirling Ganges – that is how I felt to call it, though I did not seem to know its name – and the water had acquired a voice and was speaking to me. It told me all the phrases that I had always refused to hear. Its narrative spoke of mistakes, disappearances, incomplete knowledge and endless repetitions. It was hard to listen to and tough to accept. But, since I had woken up, nothing could stop my hearing. I could not fall asleep again at will. I had to stay awake and present. 

The river seemed cruel, with all its clamour. It made me mirror myself, and its crystal clear, bluish waters seemed mean in their ruthless harshness. 

At a certain point, the perspective changed. The current was no longer the one who spoke to me of my misdeeds, my mistakes and accumulated failures. And above all, it was no longer the only one. It was fragmenting, before my eyes and my whole Being submerged in water, into many tiny drops. Each one was a tear. My tear. The river seemed to be made of my old crying, centuries, millennia, hundreds of thousands of years old. Or perhaps more. Every drop a tear, every tear a pain, a memory, an image, a lost companion, a battle ended in defeat, an undiscovered god, a submerged land never to be seen again, a forgotten knowledge, a harbour filled with sand.

My tears seemed to be all I could see and hear. Each of them fragmented my old “I”, and my Ego ended up being destroyed. 

But not everything was as it seemed. Once again, the point of view evolved. The river no longer had only one colour. Alongside the blue flowed purple, yellow, green, red and many other colours that no longer even exist on Earth. Each colour a different lineage of tears. Different from mine, but no less suffering. The river was the cry of many of Us. Who is Us?

I did not know it, yet I felt it. The tears of my Brothers and Sisters were there along mine, forming my environment. The water element was no longer mine alone. The snows of the Himalayas, from which they originated, were common to all of us. And the merciful Earth that enveloped the Ganges witnessed it. The sky above in which I seemed immersed in my floating, which was actually under water as mentioned, looked down on me without diminishing my agony.

And in the pain of the other tears I recognised my travel companions, whom the fire of the Sun was giving birth to from the perennial ice in which suffering had crystallised, melting them into river water, directing them to flow through the earth and under the sky, making them evaporate in it, returning up to the mountains again as matter in the form of snow in a long, eternal return, where everything was unconscious sleep.   

But now, I had woken up. My tears and those of the others were flowing down on me and were no longer unconscious. Their pain now spoke to a more awakened part of me. And they all demanded to be heard. 

Even because, it seemed I was observing a different kind of tear from all the others. It appeared to me as indigo colour. Tears of conscious pain. They too were the result of crying, but inside each one was a question, a “why?” with an answer. Those tears were not caused by sleep, and they spoke to me independently. They were the result of a conscious, humble, long and stubborn work of searching for the waking state, daughters of a project of rebirth that did not appear in any of the other colours of tears.

At that moment I realised that the pain I felt in my unconscious state was twofold, or rather, threefold. There was my own, the deepest because it was unresolved due to my responsibility. A dull pain that only I could have alleviated. Then there was the second one, that of my brothers and sisters, also silent, which hurt me to the extent that I tried, within the earthly bodies in which I lived, to relieve it through paths, projects, philosophies, forms of justice, so as not to look at – in reality – the primary pain, that is, my own. Illusion! I was pretending to help others in order not to help myself, as I was unable to do so. And then there was a third pain, the conscious pain, not mine, but the one that had been speaking to me for some time. The one that, I was sure by now, had woken me up in the middle of the river with its constant insistence.

“There you are,” I said, “now I know you”. “Who are you?” I wanted to ask but did not have the time because the answer was within the question itself. He was the first of Us to wake up. He had asked questions, found answers and, even if he did not want to, his mere existence among us whispered his whys to our unconscious ears. Until we were waking up one at a time. I had confused my own pain with his! I blamed him for making me suffer. For the first time I cracked a smile in the middle of the River.

Short-lived smile. In my tears, drops of the stream, I saw all my knowledge of past times, my defeats, what I had lost of myself believing that I could continue to have it. 

I could see my passing through Tibet, my bodies as Sufis, the Eastern and Western philosophies, the Kabbalah and all Religions, Shamanism, Philosophers, Naturalists and Scientists whose works I had studied with enthusiasm during my lives. I could see my medieval and renaissance past, gnostic or masonic, of learned teachers in European universities or humble monks in Franciscan, Dominican and Benedictine convents. I recognised in each of my earthly transitions a stone of my pavement. Or, rather, a tear of my river. Every life a pain, every pain a failure, every failure a wish of redemption, every wish a created future, a new path, another loss, other attempts and finally, one after the other, the decisions to give up. A descending karma, a destiny of entropy.

I had always believed, in each life, that I could preserve my knowledge, the sources of wisdom that, I told myself, would sooner or later save me from the sadness of the deaths that haunt our short lives inside human bodies. But it had never happened, I realised now from where I was, in the middle of the River.

I had always wanted to hold the river, my tears, my lives, and yet all were torn away from my hands. Karma has never forgiven me. It is therefore time, as I observe from my place in the River, that I learn to do it myself. That I gather my tears and look them in the eye, the ones that flowed from my eyes. That I wrap my suffering in the water flowers that the River creates as it flows downstream. That I accept to travel the River along its Earth banks to the Sea, up to the Sky, down in the form of snow in the White Himalayas of the Brothers who have cried so much with me, and that in all this I accept to see my transformations, creating Love for all that I am and have been, Love that for this very reason is absence of Everything.

Friends, Brothers and Sisters, and You, who first awakened, now I know what the River in which we all flow is made of.

Zvetan Lilov
Blogger Rebis Group

Translation by Andra Cernat

Life is a Moment

Renowned novelists and poets have always been telling it and famous expressions such as “carpe diem”  have remained in our memory, often unfortunately to remind us when we missed that moment,  as clear as it is intangible.

If it so clear, why do we fail in seizing it and bringing it to life? I’ll tell you my thought and my experience.

Life is a string of single moments and each single moment generates the future we will live in. Our choice or non-choice in each single moment causes what we will be or will not be in the future. Every transition from one condition to another, from a dimension to another is a moment, the point of union or separation between two conditions of existence.  Death, too, is a moment, i.e. the last moment of our human life.

Our personal and genetic memory therefore contains thousands of moments forming chains of memories, each of them made of emotions, thoughts and experiences, some of them positive some other negative. However, every experience, no matter how long it is, originated from its first moment.

Before it becomes a fragment of the experience of our life, that moment is out of time and out of space. It is a moment of comprehension, the comprehension of the transition from one condition to another; the moment when our Essence can see both conditions and the futures they imply and can create its own  future. Such comprehension is intangible and we can make it tangible and bring it into our life through an action we need to take immediately. If for some reason this is not possible, we should at least write down our comprehension and, as soon as possible, take at least the first step of the action we have seen already taken in that moment.  In my experience, this is essential to maintain the connection with that moment out of time and not let it die.

Personally, I have frequently underestimated this dynamics thus generating many missed occasions, either because they could not be realized  or because they lost their authentic and original taste. The time we put between that moment and the realization of its content is a chasm swallowing its essence, leaving us only the theory and the memory of its content. Often this leads us to create “empty” things, cathedrals in the desert of which we are no more able to feel the importance and the light they had in our moment out of time. In that moment we were present as Essence. If we miss that observation point, our mental content will come into play proposing countless possible futures, but not the future we could have created in that moment.

My father died of a heart-attack instantly. I was in my early 20s, but only recently I have understood that his experience registered also in my mind became a perspective preventing me from seizing many moments. For him this was in fact the tragic moment when he lost his life, and consequently the possibility to seize any other moment of his earthly experience. I think this genetic memory of death, added to other memories with similar content, contributed to make me unable to seize moments and realize their content: I was unconsciously repeating the moment of his death, thus the moment when he lost any possibility to act. To me, this took the significance of a missed moment, thus creating a chain of the many missed moments of my life.

As told before, every event of our life starts with a moment and, depending on how we live that first moment, we determine the outcome of many events. Let’s think to a conflict for example: we could say that in the first moment of the game we decide the entire game and its result!

If we are firm on our point of observation out of the time, that is to say on the moment of transition between the two conditions, we are able to see them both. In that moment and only in that moment, we are able to chose and create a different future. If we don’t, we can delude ourselves we are actually making a choice and maybe blame our counterpart for this conflict, but actually we are not making any choice at all. Our lucid moment has been swallowed in the chasm of our mental content and in that of our counterpart and, as a consequence, we will be living in the future already determined by the emotions and thoughts implied in the conflict.  We enter the toughest memories where one must win and the other must lose.  Such mental content suggests a clash and we start a battle we could have avoided if we had taken a different decision in that first moment. Perhaps the conflict would not have appeared or we would have  found a positive way-out for ourselves and for the counterpart.

How big is the cemetery of our missed moments? Mine is quite big, not strictly speaking for the missed occasions, but for those moments when life took a turn that could have been different if I had maintained the external point of observation in the first moment of each single occasion.

In my opinion it is totally wrong, besides being tremendously stupid, to let our moments of comprehension die. They are the only “living moments” of our life, the only ones able to create a new and real future of life. If we let them go and do not seize them, they are lost and our Essence goes with them.

We should not forget we will not be able to avoid our last moment, and in that moment we will only have our Essence to rely on. This will be much stronger if we express it in every single moment of our life, thus  realizing what it suggests is best for us.

Graziella Cella
Rebis Group Blogger

Translation by Graziella Cella

La Vita è un attimo

Illustri scrittori e poeti lo dicono da sempre e frasi famose quali “cogli l’attimo” o “l’attimo fuggente” sono rimaste nella nostra memoria, spesso, aihmè, a ricordarci quando non lo abbiamo fatto e abbiamo perso quell’attimo tanto nitido quanto impalpabile.

Perché, se è così chiaro, non riusciamo a coglierlo e a realizzarlo? Vi racconto la mia riflessione e la mia storia.

La vita è un susseguirsi di singoli attimi e da ogni singolo attimo deriva il futuro che vivremo. La nostra scelta o non scelta in ogni singolo attimo determina ciò che saremo o non saremo in futuro. Ogni passaggio da uno stato a un altro, da una dimensione a un’altra è un attimo, l’attimo di congiunzione o separazione fra due condizioni di esistenza. Anche la morte è un attimo, l’ultimo attimo dell’esperienza terrena che stiamo facendo con un corpo.

La nostra memoria personale e genetica porta quindi con sé la registrazione di migliaia di attimi che formano catene di ricordi, ciascuno col suo contenuto emozionale, di pensieri ed esperienze, alcune positive altre negative. Ogni esperienza, per lunga che sia, è stata tuttavia determinata dal suo primo attimo.

Prima di diventare un frammento dell’esperienza della nostra vita, quell’attimo è fuori dal tempo e dallo spazio. È un attimo di comprensione, la comprensione del passaggio da una condizione a un’altra, l’attimo in cui l’Essenza vede entrambe le condizioni e i futuri che queste presuppongono e può creare il suo futuro.  Questa comprensione è impalpabile; per renderla tangibile dobbiamo portarla nella nostra vita attraverso un’azione in quello stesso istante in cui l’abbiamo avuta.  Se, per varie ragioni, questo non fosse possibile, possiamo per lo meno scrivere ciò che abbiamo compreso nell’istante in cui questo è avvenuto e, appena possibile, fare per lo meno il primo passo dell’azione che abbiamo visto già realizzata in quell’attimo. Nella mia esperienza ho notato che questo è indispensabile per non perdere il collegamento con quell’attimo fuori dal tempo e non lasciarlo quindi morire.

Personalmente ho spesso sottovalutato questa dinamica con la conseguenza di aver creato molte occasioni perse. Sia perse perché non realizzate, sia perse nel loro sapore e nella loro autenticità.  Il tempo che mettiamo fra quell’attimo e la realizzazione del suo contenuto è una voragine che inghiotte la sua sostanza e ci lascia solo la teoria e il ricordo del suo contenuto. Spesso questo porta a realizzare cose “vuote”, cattedrali nel deserto alle quali noi stessi non riusciamo più a dare il valore e la luce che avevano nel nostro attimo fuori dal tempo.  In quell’attimo c’eravamo noi come Essenza. Se non manteniamo quel punto di osservazione, entra in gioco il contenuto mentale che ci proporrà infiniti possibili futuri, ma non il futuro che da quell’attimo avremmo potuto creare.

Mio padre è morto d’infarto in un attimo, io avevo poco più di vent’anni e solo di recente ho compreso che la sua esperienza registrata anche nella mia mente è diventata per me un punto di vista attraverso il quale non ho colto molti attimi. Per lui, infatti, quell’istante tragico è l’attimo in cui ha perso la vita e, di conseguenza, la possibilità di cogliere qualsiasi altro attimo della sua esperienza terrena. Questo ricordo genetico di morte, insieme con altri ad esso collegati per similitudine, credo abbia contribuito a rendermi incapace di cogliere gli attimi e realizzare subito il loro contenuto: ripetevo inconsapevolmente l’attimo in cui lui aveva perso la vita, ossia la possibilità di agire. Assumeva quindi il significato di attimo perso creando una catena di attimi persi che purtroppo affollano il mio vissuto.

Come dicevo prima, ogni evento della nostra vita inizia con un attimo e, a seconda di come viviamo quel primo istante, determiniamo l’esito di molti eventi. Pensate a un conflitto con qualcuno per esempio: si potrebbe dire che nel primo attimo della partita ci giochiamo l’intera gara e il suo esito!

Se manteniamo il nostro punto di osservazione fuori dal tempo, ossia nell’attimo di passaggio fra le due condizioni, saremo in grado di vederle entrambe.  In quel momento e solo in quel momento, possiamo dire di poter scegliere e creare un futuro diverso. Se non lo facciamo, forse possiamo illuderci di scegliere, forse incolpare l’interlocutore col quale si sta proponendo il conflitto, ma nella realtà non stiamo scegliendo proprio niente. Il nostro attimo di lucidità è stato inghiottito dalla voragine del contenuto mentale nostro e del nostro interlocutore e vivremo il futuro già predeterminato dalle emozioni e dai pensieri che il conflitto prevede. Siamo quindi entrati nelle registrazioni mentali più solide, dove uno deve vincere e l’altro perdere. Il contenuto mentale che si apre propone lo scontro e noi, lancia in resta, partiamo per una battaglia che avremmo potuto evitare se avessimo preso una decisione diversa in quel primo attimo.  Forse il conflitto non sarebbe neppure sorto oppure avremmo trovato una soluzione per uscirne al meglio, noi e il nostro interlocutore.

Quanto è grande il cimitero dei nostri primi attimi perduti? Il mio parecchio, non solo per le occasioni perse in senso stretto, ma per gli attimi in cui la vita ha preso una piega che avrebbe potuto essere un’altra se io avessi mantenuto il punto di osservazione esterno nel primo attimo di ciascuna occasione.

Io credo sia totalmente scorretto, oltre che enormemente stupido, lasciar morire i nostri attimi di comprensione. Loro sono gli unici “attimi di vita” della nostra vita, sono gli unici che possono creare un futuro di vita vero e nuovo.  Se li lasciamo andare non cogliendoli, loro si perdono e la nostra Essenza insieme a loro.  

Ricordiamoci che non potremo evitare il nostro ultimo attimo e in quel momento l’unica cosa su cui potremo contare sarà la nostra Essenza, che sarà tanto più forte quanto più l’avremo espressa nella nostra vita nei singoli attimi in cui ci ha suggerito ciò che era meglio per noi.

Graziell Cella
Blogger Gruppo Rebis

Alchemical Journey

They called her a witch,
but she was only a woman of darkness, 
who carried in the palms of her hands 2 spheres: time and space 
and sometimes whispered incomprehensible words:
loirtiv.
The secret in the heart.

They called her a witch,
but she was only a woman of darkness,
who reflected the light of the sun; she was that beautiful.

She was living with 4 animals of many eyes, in front and behind,
and 15 ravens,
in 1 small house, always dark but solid,
with only 2 shell-shaped windows,
truth above and the world of ideas below,
surrounded by greenery,
built by the strength and conscience of its
builders. 

They called her a witch, 
but she was only a woman of darkness who,
on a Wednesday,
presented herself at the gates of the sun
and asked to enter to understand the
light 
and that day she transcended and understood her
essence.

In the wide valley everything is green now, and she is a myth to all.

Alida Sacchi
Blogger of Rebis Group

Translation by Andra Cernat

Viaggio Alchemico

La chiamavano strega,
ma era solo una donna di tenebre,
che portava sul palmo delle mani 2 sfere: il tempo e lo spazio
e talvolta bisbigliava parole incomprensibili: loirtiv.
Nel cuore il segreto.

La chiamavano strega
ma era solo una donna di tenebre
che rifletteva la luce del sole tanto era bella.

Viveva con 4 animali con tanti occhi, davanti e dietro e 15 corvi,
in 1 piccola casa, sempre buia ma solida, con 2 sole finestre a guscio,
la verità in alto e il mondo delle idee in basso, immersa nel verde,
costruita dalla forza e coscienza dei suoi costruttori.

La chiamavano strega,
ma era solo una donna di tenebre che un mercoledì
si è presentata alle porte del sole
e ha chiesto di entrare per comprendere la luce
e quel giorno è trascesa e ha compreso la sua essenza.

Nella vallata ora tutto è verde e lei è per tutti un mito.

Alida Sacchi
Blogger Gruppo Rebis

Il mio antico Se e il risveglio nel fiume

Di solito, quando cercavo di darmi un senso sul mio presente e sul mio futuro, non lo trovavo. Osservavo soltanto i bivi che avevo incontrato sulla mia strada e le direzioni che avevo inforcato senza sapere che cosa avrei lasciato dall’altra parte. L’ignoto. E mi chiedevo che cosa mai sarebbe potuto succedere se avessi fatto una scelta diversa. Una vita di rimpianti. Invano. Nulla cambiava.

Poi, un giorno, mi sono risvegliato in un grande fiume. Mi trovavo contro la sua corrente, che mi avvolgeva, ma la forza dell’acqua non mi portava con sè a valle. Ero fermo, circondato dai suoi mulinelli. Cosciente solo, questo sì, che era un fiume di dolore. Mi batteva su tutte le membra e in particolare sul viso, da un tempo che non avrei saputo definire, ma che immaginavo – e sentivo – essere molto lungo. Del resto, ero stato addormentato fino a poco prima, come avrei potuto sapere da quanto mi trovavo lì?

Il dolore, però, quello sì, lo ricordavo da sempre. Mi colpiva, mi avvolgeva, mi frustava, tentava di trascinarmi con sè ma io, nonostante fossi incosciente, non mi muovevo di un millimetro.

Dal momento in cui ho aperto gli occhi, nel mezzo del fiume, ho smesso di dormire. E il dolore si è fatto cosciente. A furia di sbattermi contro, l’acqua che mi aveva fatto al massimo fluttuare un po’ su e un po’ giù, ma che mai era riuscita a trascinarmi a valle con sé, mi aveva destato. Adesso fluttuavo attento, in mezzo al vorticare del Gange – così mi venne da chiamarlo, anche se non mi pareva di conoscerne il nome – e l’acqua aveva acquistato voce, e mi parlava. Mi diceva tutte le frasi che mai avevo voluto ascoltare. Il suo narrare mi diceva di errori, di sparizioni, di conoscenze incomplete, di ripetizioni infinite. Era dura da ascoltare, forte da accettare. Ma, dal momento che mi ero destato, nulla poteva fermare il mio udire. Non potevo addormentarmi di nuovo a comando. Mi toccava stare sveglio e presente.

Il fiume mi sembrava crudele, con tutto il suo vociare. Mi faceva specchiare in sé, le sue limpide acque cristalline e azzurrognole mi parevano cattive nella loro spietata crudezza.

A un certo punto la prospettiva è cambiata. La corrente non era più colei che mi parlava delle mie malefatte, dei miei errori, dei fallimenti accumulati. E, soprattutto, non era più unica. Si frammentava, davanti ai miei occhi e a tutto il mio Essere sommerso dall’acqua, in tante minuscole gocce. Ognuna delle quali era una lacrima. Una mia lacrima. Il fiume pareva fatto del mio pianto vecchio di secoli, millenni, centinaia di migliaia di anni. O forse più. Ogni goccia una lacrima, ogni lacrima un dolore, un ricordo, un’immagine, un compagno perduto, una battaglia finita in sconfitta, un dio non ritrovato, una terra sommersa e mai più vista, una conoscenza sepolta, un porto ripempito di sabbia.

Le mie lacrime parevano tutto ciò che potevo vedere e sentire. Ognuna di esse frammentava il mio vecchio Io, e il mio Ego ne usciva distrutto.

Ma non tutto era come pareva. Ancora una volta, la visione evolveva. Il fiume non era più di un solo colore. Accanto all’azzurro scorrevano il viola, il giallo, il verde, il rosso e tanti altri colori che sulla Terra neppure esistono più. Ogni colore una stirpe diversa di lacrime. Diversa dalla mia, ma non per questo meno sofferente. Il fiume era il pianto di molti di Noi. Noi chi?

Non lo sapevo, eppure lo sentivo. Le lacrime dei mie Fratelli e delle mie Sorelle erano lì insieme alle mie, a formare il mio ambiente. L’elemento acqueo non era più solo mio. Le nevi dell’Himalaya da cui traevano origine erano comuni. E la Terra pietosa che avvolgeva il Gange ne era testimone. Il cielo sovrastante in cui sembravo immerso nel mio fluttuare, che in realtà come detto era sott’acqua, mi guardava senza nulla togliere al mio strazio.

E nel dolore delle altre lacrime ho riconosciuto i miei compagni e compagne di viaggio, che il fuoco del Sole faceva nascere dal ghiaccio perenne in cui la sofferenza si era cristallizzata, fondendoli in acqua di fiume, incanalandoli a scorrere tra la terra e sotto il clielo, facendoli evaporare in esso, tornare su sulle montagne di nuovo materia sotto forma di neve in un lungo, eterno ritorno, dove tutto era sonno incosciente.   

Solo che, adesso, mi ero svegliato. Le lacrime mie e degli altri mi scorrevano addosso e non mi erano più incoscienti. Il loro dolore parlava ora a una parte più sveglia di me. E tutte chiedevano udienza.

Anche perché, mi pareva di osservare, c’era un tipo di lacrime diverso da tutte le altre. Colore indaco, mi appariva. Lacrime di dolore cosciente. Anche loro erano frutto del pianto, ma dentro a ognuna c’era una domanda, un “perché?” con una risposta. Quelle non erano lacrime di sonno, e mi parlavano in maniera autonoma. Erano frutto di un lavoro consapevole, umile, lungo e testardo, di ricerca dello stato di veglia, figlie di un progetto di rinascita che non appariva in nessuno degli altri colori di lacrime.

In quel momento ho capito che il dolore da me sentito nello stato d’incoscienza era duplice, anzi triplice. C’era il mio, il più profondo perché irrisolto per mia responsabilità. Un dolore sordo, che soltanto io avrei potuto alleviare. C’era poi il secondo, quello dei fratelli e delle sorelle, sordo anch’esso, che mi faceva male nella misura in cui io cercavo, dentro ai corpi terrestri in cui vivevo, di darvi sollievo attraverso percorsi, progetti, filosofie, forme di giustizia, per non guardare – in realtà – il dolore primario, cioé il mio. Illusione! Facevo finta d’aiutare altri per non aiutare me stesso, non essendone in grado. E poi c’era un terzo dolore, il dolore cosciente, non mio, ma quello che mi parlava da tempo. Quello che, ne ero ormai certo, mi aveva svegliato nel mezzo del fiume con la sua continua insistenza.

“Eccoti”, ho detto, “ora ti conosco”. “Chi sei?” avrei voluto chiedere senza averne il tempo perché la risposta era dentro alla stessa domanda. Era il primo di Noi a essersi svegliato. Si era fatto domande, trovato risposte e, anche se non voleva, il suo solo esistere in mezzo a noi faceva sussurrare i suoi perché ai nostri orecchi incoscienti. Fino a che, uno alla volta, ci stavamo destando. Che confusione avevo fatto, tra il mio dolore e il suo! Incolpavo lui di farmi soffrire. Per la prima volta abbozzavo un sorriso, in mezzo al Fiume.

Sorriso di breve durata. Nelle mie lacrime, gocce del rivo, vedevo tutte le mie conoscenze di un tempo, le mie sconfitte, ciò che avevo perduto di me credendo di poter continuare ad averlo.

Potevo guardare il mio passaggio in Tibet, i miei corpi da Sufi, le filosofie orientali e occidentali, la Cabala e le Religioni tutte, lo Sciamanesimo, i Filosofi, i Naturalisti e gli Scienziati le opere dei quali avevo studiato, con foga, nelle mie esistenze. Potevo vedere i mie trascorsi medioevali e rinascimentali, gnostici o massonici, di dotti insegnanti nelle università europee o di umili frati nei conventi francescani, domenicani, benedettini. Riconoscevo in ognuno dei miei passaggi terreni una pietra del mio lastricato. O, meglio, una lacrima del mio fiume. Ogni vita un dolore, ogni dolore un fallimento, ogni fallimento un desiderio di riscatto, ogni desiderio un futuro creato, un nuovo percorso, un’altra perdita, altri tentativi e infine, una dopo l’altra, le decisioni di lasciar perdere. Un karma discendente, un destino di entropia.

Avevo sempre creduto, in ogni vita, di poter conservare le mie conoscenze, le fonti della saggezza che, mi dicevo, prima o poi mi avrebbe salvato dalla tristezza delle morti che incalzano le nostre brevi vite dentro ai corpi umani. Ma non era mai successo, mi rendevo conto ora dal punto in cui ero, nel mezzo del Fiume.

Ho sempre voluto trattenere il fiume, le mie lacrime, le mie vite, eppure tutte mi sono state strappate dalle mani. Il karma non mi ha mai perdonato. È quindi ora, osservo dal mio posto nel Fiume, che impari a farlo io. Che chiami a raccolta le mie lacrime e le guardi negli occhi, esse che dai mie occhi sono sgorgate. Che avvolga la mia sofferenza nei fiori d’acqua che il Fiume crea mentre scende a valle. Che accetti di percorrere il Fiume lungo le sue sponde di Terra fino al Mare, risalga nel Cielo, riscenda sotto forma di neve nella Bianca Himalaya dei Fratelli che con me hanno pianto tanto, e che in tutto questo io accetti di vedere le mie trasformazioni, creando l’Amore per tutto ciò che sono e sono stato, Amore che proprio per questo è assenza di Tutto.

Amici, Fratelli e Sorelle e Tu, che per primo ti sei risvegliato, ora so di che cosa è fatto il Fiume in cui tutti scorriamo.

Zvetan Lilov
Blogger Gruppo Rebis

Umani?!

Sappiamo davvero chi siamo?

Lo scorso sabato 17 aprile 2021 la ricercartice spirituale e componente attivo del Gruppo Rebis Fiorella Rustici ha rilasciato un’intervista in una diretta Facebook sulla pagina Sapore del Sapere. Il conduttore Lorenzo Ferrante, che ha organizzato e curato l’intera programmazione, ha rivolto alcune domande a Fiorella riguardo le sue ricerche e scoperte sulle origini della razza umana. Un’intervista di qualità che vi invitiamo a guardare.

Redazione Gruppo Rebis