Questa è una rapina!

Pochi giorni dopo la diffusione del Coronavirus, ho visto in Internet questa scritta che diceva: non vi dico il sollievo, quando il tizio entrato in posta con la mascherina ha urlato: “Questa è una rapina!”.

Quella battuta, allora, mi aveva fatto sorridere. Erano ancora i giorni in cui si alternavano notizie diametralmente opposte tra loro sulla pericolosità del virus: per alcuni era letale, per altri una semplice influenza, mascherina sì, mascherina no e così via. E noi ci sentivamo ancora autorizzati a sdrammatizzare con simpatiche battute.

Trascorso ancora qualche giorno, le notizie di persone contagiate dal virus sono diventate numerosissime. Poi è arrivato il momento dei bollettini dei morti, che ricordavano film di guerra.

Dopo poche settimane di quarantena, nonostante i miei sforzi di rimanere positiva e di non farmi contaminare, oltre che dal virus, anche dall’ansia e dal panico che sentivo crescere ovunque attorno a me, ho iniziato a sentire una vocina nella mia mente.

Sapendo che la mente, spesso, è la nostra prima nemica, che cerca di boicottarci attraverso pensieri ed emozioni, cercavo di non darle ascolto, la ignoravo e pensavo di aver inconsciamente fatto mio il contenuto emozionale di alcuni messaggi che arrivavano nelle varie chat condividendo a raffica notizie allarmanti e complottistiche.

“Io voglio mantenermi positiva” mi ripetevo come un mantra. Come se ce ne fosse bisogno, visto che la positività è una caratteristica che ho sviluppato negli anni e ormai è insita nel mio carattere.

Eppure non smettevo di sentire quella vocina… era proprio cocciuta e man mano che passava il tempo non sussurrava più, ormai urlava: “QUESTA E’ UNA RAPINA!”.

In effetti, pensandoci bene, quella vocina non aveva poi tutti i torti: è vero, è proprio così, mi hanno rubato il tempo! Proprio nel momento in cui avevo preso in mano la mia vita e capito finalmente cosa volessi fare “da grande”, proprio quando mi accingevo a fare una professione delle mie passioni e dei valori per me imprescindibili, è arrivato l’ordine di STOP! La mia regione chiusa, la mia città segnalata come tra le più impestate, tutto vietato: stop agli eventi, stop alle uscite di casa, stop alle attività commerciali… ah no, scusate: stop alle attività commerciali tranne la vendita di tabacchi e le sale scommesse! Eh sì, in effetti sono proprio vittima di una rapina! Si sono presi il mio, il tuo, il nostro tempo! Due mesi delle nostre vite annullati dal calendario, persi, rubati.

Questo è quello che quella vocina mi sussurrava.

Per fortuna da un po’ di tempo ho iniziato a conoscere il nemico. Se avessi ceduto alla tentazione di credere a quella vocina nella mia mente, avrei passato queste settimane piangendomi addosso, disperandomi, preoccupandomi. Con l’unico risultato di ritrovarmi una larva. Perché questo tipo di drammatizzazioni stancano tantissimo.

Avete mai fatto caso a come stiamo dopo esserci fatti prendere dalle emozioni, in particolar modo quelle negative come la paura, lo stress, l’ansia? Generalmente ci si sente stanchi, svuotati.

Questo succede perché quando siamo in preda alle emozioni forti, specie se negative, stiamo sprecando la nostra energia dietro a processi mentali che sono per lo più inutili, perché anche se ci piangiamo addosso la situazione non migliora e neanche ha qualche possibilità di cambiare. E’ solo con l’azione che le cose possono prendere un verso nuovo.

Tornando quindi alla mia vocina interiore che mi sussurrava pensieri, dubbi, sgomento e incertezze per il futuro, sapevo che se avessi ceduto non mi avrebbe comunque portata da nessuna parte, anzi avrei proprio fatto il gioco dei miei “rapinatori”, ovvero alla fine il tempo lo avrei perso eccome!

Ho preferito invece mettere a frutto le settimane di quarantena e mi sono chiusa in un silenzio conoscitivo. E’ curioso che in italiano si usi l’espressione “osservare silenzio” quando in realtà è il silenzio che ci permette di osservare.

Io è questo che ho fatto: ad un certo punto ho deciso di fare un passo indietro, di allontanarmi dal rumore delle chat, dal turbinio delle notizie, dai bollettini di morte, ho messo a tacere la mente e ho iniziato ad osservare me stessa.

Per citare un’altra immagine carina che ho visto in rete, “if you can’t go outside, go inside”, se non puoi uscire, entra. Bellissimo!

E’ quello che dovremmo fare sempre, tutti. Siamo infatti abituati a guardare sempre e solo fuori di noi, in ogni momento e situazione della vita. Questo succede fin da quando siamo piccoli. Avete mai visto due bimbi piccoli litigare? Ce n’è sempre uno che, piangendo, punta il ditino verso l’altro incolpandolo del proprio stato d’animo. Sul lavoro ce la prendiamo con i colleghi perché hanno certi atteggiamenti che a noi danno fastidio… ma raramente ci fermiamo a chiederci perché noi proviamo quel fastidio. Persino il gioco dei politici che prima fanno dichiarazioni e poi smentiscono è un modo per dare la colpa ad altri di non aver capito il loro messaggio.  

Non c’è niente da fare, non siamo abituati a guardarci dentro! Entrare, guardarci in faccia da dentro, farci un esame di coscienza, prendere consapevolezza di come siamo fatti è sicuramente un processo difficile e doloroso. Sembrerebbe quasi un atto contro natura tanto è complicato guardarsi dentro.

Eppure non c’è niente di più corroborante per corpo e spirito. Quando noi prendiamo consapevolezza di come siamo fatti, di quali sono stati i nostri errori in passato, di come vi possiamo rimediare, di perché ci comportiamo in un certo modo in determinate situazioni, noi stiamo prendendo in mano la nostra vita. E’ solo quando riusciamo a scavarci dentro per togliere tutti quegli strati di sovrastrutture che ci sono state messe addosso dalla genetica, dalla società, dal momento storico e culturale in cui viviamo, che riusciamo ad arrivare alla nostra vera Essenza.

E quando finalmente riusciamo a guardare in faccia la nostra Essenza, quando increduli iniziamo a capire chi siamo, di che stoffa siamo fatti, di quali potenzialità abbiamo, ci sentiamo molto bene, vivi, diventiamo più forti e facciamo paura! Non più a noi stessi, ma agli altri. Ovvero a chi finora ci ha considerato pecore addormentate e se ne è approfittato!

So benissimo che le mie parole a tanti di voi sembreranno strane, oppure pura retorica. Sono ben conscia del fatto che il processo sia lungo e complicato. Ma è complicato anche perché da tempo immemore siamo stati indotti a pensare che sia normale vivere sempre sul chi va là, sempre allerta per paura del nemico: il nostro amichetto di giochi, il compagno di scuola, il collega in ufficio, la suocera, il vicino di casa, il conducente della macchina a fianco, e così via all’infinito.

Avete mai fatto caso che la Storia, così come ci viene insegnata a scuola fin dai primi anni delle elementari, non è altro che una carrellata di soprusi, insurrezioni, guerre, tradimenti? Non ci raccontano le cose belle che hanno fatto personaggi come Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, solo per citare alcuni Grandi del secolo scorso. Non ci insegnano le conoscenze che avevano gli uomini e donne medicina delle tribù indiane, non ci insegnano i veri insegnamenti delle principali religioni del mondo. Sempre e solo fatti negativi. La Storia che ci viene raccontata è la vittoria dei cattivi sui buoni, è la guerra che prevale sulla pace.

Ci raccontano sempre e solo il rovescio negativo della medaglia. Quindi è naturale che dentro di noi si sviluppi la parte negativa e la convinzione che ci dobbiamo continuamente guardare le spalle dal nemico. Così passiamo tutto il tempo a parlare male di qualcuno, complottare, criticare, sminuire, maltrattare. Oppure a difenderci, a giustificarci, a dimostrare agli altri. Tutte attività che ci distraggono dal guardarci dentro.

Ma come tutte le medaglie, la Storia ha un altro lato, quello che ci insegna cosa hanno fatto quei grandi personaggi che ho citato più sopra e, come loro, tantissimi altri, uomini e donne comuni, che ad un certo punto della loro esistenza hanno sentito la necessità di battersi per far valere i propri diritti e mantenere la propria libertà. Se ci insegnassero questo, qualcosa risuonerebbe dentro ciascuno di noi e più persone si risveglierebbero, ricordando la loro vera essenza.

In questi due mesi di quarantena tutti noi, chi più chi meno, abbiamo guardato in faccia il lato oscuro della vita: la paura del contagio, la preoccupazione per i propri cari, l’incertezza per il nostro futuro professionale. In noi si sono risvegliate le memorie di guerra, il timore della povertà, il dolore della solitudine. Insomma, abbiamo guardato in faccia i nostri demoni. Poco a poco, però, abbiamo anche imparato a riconoscerli negli altri.

Ci è stato impedito di trovarci, di riunirci. E allora abbiamo sviluppato modalità diverse per rimanere in contatto. Con fatica all’inizio, ma ora ci destreggiamo tra videoconferenze e videochiamate con la massima normalità. Così, anche il distanziamento è venuto meno. Perché a noi non serve necessariamente il contatto fisico, noi comunichiamo attraverso il cuore.

Di fronte alla prospettiva di un vaccino obbligatorio per tutta la popolazione mondiale, anziché farci prendere dal panico abbiamo iniziato a interrogarci, a informarci, a capire che, giusto o sbagliato che sia il vaccino, nessuno ha il diritto di decidere per noi stessi, nel bene e nel male!

A seguito della chiusura della maggior parte delle attività economiche, stanno proliferando dal basso, dal popolo, da cittadini e associazioni in ogni angolo di Italia (e, credo, del mondo) catene di solidarietà e opere di aiuto per chi si trova in difficoltà.

Insomma, questa è a tutti gli effetti una rapina e anche molto ben pianificata… ma io sono positiva e so che, uniti nella consapevolezza e nell’amore, la possiamo sventare!

Erika Barani
Blogger Gruppo Rebis

Pubblicato da Redazione Rebis

Membro gruppo esperti e gruppo redazione di Rebis.

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