Resistere alla nuova oppressione?

Neghiamo il consenso associandoci

Diciamocelo, sulla pandemia, sui poteri che la governano e sugli individui malati che hanno in mano quei poteri ne abbiamo veramente sentite e dette di tutti i colori, sia nel cercare le cause, sia nel trovare le possibili soluzioni. Abbiamo intuito i reali interessi e le strategie, ma risalire alle fonti della notizia non è mai semplice nè immediato. L’analisi richiede un tale lavoro di accuratezza e di dedizione, che solo cittadini con tempo a disposizione, solide capacità logiche, saldezza morale e tanta dedizione disinteressata (e indipendenza economica), possono permettersi di indagare e poi (con più difficoltà) di divulgare le contronotizie sui canali liberi, ma sempre più a rischio di censura di Stato.

Lo scenario è atroce per ciò che ci aspetta nel caso peggiore: la soluzione “cinese” di una dittatura tecnologica e di un “capitalismo della sorveglianza”, nelle parole di Ugo Mattei, un possesso integrale dei corpi e dei sistemi nervosi, una accurata e silenziosa censura, una pacata rimozione sociale dei devianti. E allora che fare? Vediamo tantissime azioni in ordine sparso: associazioni, movimenti, gruppi informali, iniziative di scopo: un’offerta già vasta ed effettivamente efficace nel fornire controinformazione documentata, certificabile, comprovata.

Ma ormai si capisce che tutto ciò, pur creando informazione di livello anche superiore al mainframe mediatico, non sembra uscire facilmente da una comunicazione per pochi. Insomma: ce la cantiamo e suoniamo da soli in un paio di milioni di persone che ricercano e gli altri che “origliano”, non tanto convinti, o vittime di quella che lo psicologo Martin Seligman nel 1965 definiva “impotenza appresa”? Quanti siamo in realtà? Difficile dirlo; l’analisi ormai ce l’abbiamo, ma ci manca l’ “elmetto”, come cantava Venditti in “Bomba o non bomba” (1975: l’anno di “The Crisis of Democracy”!). Sta forse per arrivare il momento di declinare democraticamente e collettivamente, in una lotta civile e non violenta, la storica e ricorrente incitazione di ogni rivoluzione: “all’armi! La patria è in pericolo!”? Sentiamo tutti che l’energia del sistema sociale si sta caricando, che umori e coscienze sono densi di elettricità e di tensione. Ci accorgiamo che questo potenziale collettivo potrebbe confluire in una finale esplosione cinetica, tanto quanto potrebbe, invece, implodere in un rassegnato e inconsapevole adattamento a qualsiasi imposizione, ultimo stadio della completa cessione di sovranità individuale. Questa energia di protesta (e di rabbia), vissuta dentro le singole vite obbligate (non per caso) al distanziamento sociale, potrebbe diventare non una momentanea macchina bellica e violenta da guerra (che non porterebbe al cambiamento ma al semplice conflitto) ma, invece, una irreversibile e determinata trasformazione integrale delle coscienze.

Nella disperante prospettiva di un totale annientamento sociale e biologico delle proprie vite, la gente potrebbe alla fine comprendere, forse con i resti di una mente ancora non completamente colonizzata dal potere, che quello che sta accadendo è un gioco in perdita per tutti. Come ha detto la pronipote del Presidente Dwight Eisenhower, Laura, nel suo “Message to the dark controllers”, (Youtube,  10 Aprile 2020): ciò che è violentemente contro Natura è destinato a fallire.

Le idee di come possa nascere un mondo del tutto nuovo sono tante e tutte sincreticamente compatibili, ma vorrei occuparmi qui di COME avvicinarci in pratica a quel mondo. Si tratta di generare un graduale risveglio delle persone, soprattutto di quelle che vivono ancora a loro insaputa, nella piena accettazione dell’autorità e nella assoluta ignoranza dei meccanismi fondamentali della società, della Scienza, del potere e della manipolazione (risultato di una accurata opera trentennale di de-encefalizzazione delle masse).

La domanda riguarda quindi come determinare un impatto cognitivo sufficientemente potente nelle persone ancora inconsapevoli.  Quale serie di stimoli o di iniziative può trasformare la frustrazione o la confusione di massa, in presa di consapevolezza e magari in conseguente azione di opposizione civile? Solo così gli indecisi, gli scettici, gli “integrati” nell’omologazione, potrebbero cominciare ad aprirsi alle posizioni degli “apocalittici” della liberazione.

Ecco una prima proposta: sappiamo che non “scendiamo in strada” a protestare perché (come molti episodi ci hanno mostrato) paghiamo individualmente i costi della nostra azione, nella pietà o nella indifferenza di chi magari è d’accordo, ma non vuole correre lo stesso rischio (punirne uno per educarne cento). E’ lo stesso problema della gestione delle denunce anonime contro abusi amministrativi e corruzione in Italia: non decollano, in mancanza di piene e reali garanzie di anonimato. Al contrario, il “whistle blowing” in altri paesi funziona egregiamente e protegge pienamente chi segnala tali abusi, mentre da noi assistiamo al penoso spettacolo della delazione sanitaria tra cittadini.

E se questo rischio di “pagarla personalmente” non ci fosse più? Se si potesse, cioè, sentirsi protetti da una comunità visibile, ben solidificata attraverso capacità di intervento giuridico, di difesa dei diritti e di intervento assistito presso le procure? Ciò sarebbe garantito da una precondizione essenziale, storicamente nota per la sua efficacia: si tratta dell’associazionismo e del principio federativo (anzi: confederativo) che è il centro del potere democratico. Quando il potere governativo limita ingiustamente il popolo, agendo separatamente sui singoli col suo dominio asimmetrico e nell’esercizio di un diritto imposto e non negoziato da un sistema parlamentare, l’unico modo per contrastarlo è quello di esercitare la propria influenza dal basso, attraverso l’unione di una moltitudine di gruppi ed istituzioni indipendenti non governativi.

John Locke, nei suoi due Trattati sul governo civile del 1689, ribadiva una conquista della filosofia del diritto seicentesca: se il Governo abdica alle sue funzioni contrattualistiche è possibile, anzi doveroso, contrastarlo e rovesciarlo. Questo associazionismo si basa sulle famiglie, le organizzazioni culturali, religiose, le associazioni, i circoli, le istituzioni economiche e sindacali, i gruppi di quartiere, le organizzazioni per i diritti della persona e tutto ciò che unisce gli individui e ne fa un corpo compatto. I singoli individui, o anche le singole associazioni in ordine sparso, non sono assolutamente in grado di produrre un impatto significativo su un governo e sappiamo che il semplice uso della forza, anche collettiva, va solo a contrastare lo Stato nel suo punto più forte: il monopolio della forza stessa, che ne caratterizza l’identità, nella definizione di Max Weber. Ma una confederazione di associazioni (una unione di attori sociali indipendenti, riuniti in un potente network nazionale e poi internazionale) avrebbe un ben altro potere contrattuale.

Esempio? L’ADAC tedesca, equivalente della nostra ACI italiana, costituisce in Germania un potente deterrente di difesa nei confronti delle politiche assicurative e automobilistiche delle grandi aziende. E’ difficile, per esse, ignorarne la presenza a livello nazionale: eppure è formata da milioni di automobilisti associati.

L’associazionismo, che Alexis de Tocqueville nel 1835 aveva già individuato come risorsa essenziale per salvare la “Democrazia in America” di un popolo che lui già allora descriveva come omologato e mediocre, non consente solo di contrastare il potere autoritario, ma anche di negargli il proprio consenso e la propria collaborazione. Una protezione associativa, non verticistica, capillare e confederata, a livello soprattutto giuridico e organizzativo, consente, appunto, di evitare agli individui di pagare un prezzo personale per azioni locali e singole perché crea massa critica e rende anonima la forza propulsiva di contrapposizione e di disobbedienza civile.

Insomma: gli atomi ci sono, si tratta però di riunirli in macromolecole e poi in corpi. Parliamo di reti di reti (giuridiche, mediatiche, sanitarie, etc..) che siano in grado di intervenire immediatamente sui propri “tesserati” a loro difesa e che restituirebbero coraggio e dignità ai singoli individui. Forse in questo modo, per esempio, le censure a Byoblu potrebbero venire contrastate da un potente apparato di difesa legale, rappresentante di una associazione dei media alternativi: e si potrebbe parlare di diversi milioni di persone. Ma provate a pensare a quante volte siamo stati testimoni di eroi lasciati soli (e penso addirittura alla protezione fisica di chi è minacciato di morte per le sue critiche). Casi come quello del Dott. Di Bella, del microscopio del Dott. Montanari, o del più recente TSO a un cittadino che manifesta in strada, potrebbero in futuro conoscere ben altri esiti.

Una seconda proposta: e se poi si cominciassero anche a  rendere pubbliche, in modo INCANCELLABILE (e sicuro) le informazioni essenziali che garantiscono le necessarie trasparenze dell’azione politica e industriale a noi normalmente inaccessibili? In questo modo, se una rete di reti possedesse una tecnologia sul modello “Blockchain” (per definizione “immutabile”) si potrebbero rendere pubblici, con dati originali, i comportamenti dei politici e degli amministratori; si istituirebbe così una delle più potenti base dati e di memoria collettiva, che supererebbe di gran lunga l’accesso ancora casuale, o limitato agli addetti della stampa, che offre web o reti locali. La gente accederebbe “in chiaro” a delibere, curriculum, verbali, dichiarazioni, bilanci, operazioni finanziarie pubbliche, spese amministrative: si disporrebbe, insomma, di una tecnologia rigorosamente anonima, di una “memoria sociale” delle azioni pubbliche, a patto che essa non diventi ovviamente un nuovo strumento di controllo degli individui.

Queste due opzioni (insieme a tante altre) sono tecnicamente, ma ancora non politicamente, possibili: possono nascere solo da una convergenza tra “think tanks” collettive e capacità tecnologica, con tutti i rischi di ripetizione di modelli recenti di questa simbiosi già falliti, e richiedono quindi massima attenzione a non ripetere gli errori del passato (protagonismo personalistico, utilizzo della fiducia popolare per scopi privati, totale resa politica all’avversario). Sarà possibile una tale simbiosi? Il destino bussa alla porta, ma è meglio che si sbrighi, perché il nemico è già in giardino.

Paolo Genta
Blogger Gruppo Rebis

Articolo pubblicato in Sovranità Popolare N. 04 anno 02 maggio 2020 pag. 16

Pubblicato da Redazione Rebis

Membro gruppo esperti e gruppo redazione di Rebis.

One thought on “Resistere alla nuova oppressione?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: