Quando il privato governa il pubblico (parte terza). Bill Gates, dal Coronavirus all’identità digitale

Se la filantropia mondiale ha un volto, è quello di Bill Gates. E se c’è un privato che esercita l’influenza di una grande potenza sulla sanità mondiale a colpi di miliardi di dollari, è sempre Bill Gates. Nella crisi mondiale da Coronavirus, lo abbiamo visto dappertutto. Ha lasciato la guida di Microsoft per dedicarsi ai vaccini a tempo pieno, dopo anni di indefessa campagna martellante in sinergia con le grandi multinazionali farmaceutiche, con il governo USA, con l’OMS e con altri soggetti pubblici e privati coinvolti in questa gigantesca operazione commerciale e politica, che ci ha regalato come effetto il decreto Lorenzin nel 2017. Del resto, come dicevamo nei due precedenti articoli, uno sui cospicui finanziamenti privati all’OMS e l’altro sulla GAVI Alliance, lui in persona ci ha spiegato da Davos che l’investimento di 10 miliardi di dollari in vaccini ha reso oltre 20 ad 1, ovvero più di 200 miliardi di dollari.

Nel 2015, in una Ted Conference, spiegava che “se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra.” E mostrava l’immagine di un coronavirus (H1N1), invocando la necessità di un “sistema sanitario globale”, che utilizzi la tecnologia (cellulari e mappe satellitari) per tracciare le persone e la scienza (farmaci e vaccini), con l’ausilio dei militari. “Il mondo è semplicemente impreparato a gestire una malattia – per esempio, un’influenza particolarmente virulenta che infetti molto rapidamente un gran numero di persone”, spiegava nel suo Blog.

Ma il 2015 è un anno notevole anche per altre iniziative di Bill Gates. Ormai espertissimo nella costruzione di GPPP, partnership globali pubblico-privato, che vengono fuori a getto continuo, Gates promuove la creazione di ID 2020, i cui fondatori sono tutti soggetti privati o altre GPPP, nello specifico il GAVI. I fondatori sono Accenture, GAVI Alliance, Microsoft, Rockefeller Foundation, Ideo.org, ai quali si sono aggiunti alcuni soggetti privati e non-profit. Lo scopo è creare una sinergia fra diversi partner al fine di introdurre e realizzare l’identità digitale “per tutti”. La premessa è che “il bisogno di una buona identità digitale è universale”: come al solito, la premessa non è discussa da nessuno ed è messa lì, come ovvia e incontestabile. Considerata, sulla base di un’interpretazione acrobatica dell’art. 6 della Dichiarazione Universale dei Diritti umani, “un fondamentale e universale diritto umano”, essa deve essere “privata, portatile, persistente, personale”. Cioè deve essere associata al corpo. Neanche il mezzo è oggetto di discussione, come un’assoluta ovvietà. L’idea che qualcuno possa dissentire non è nemmeno presa in considerazione. Del resto, «gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (2015-2030) [ovvero l’Agenda 2030 dell’ONU] includono l’obiettivo 16.9 che auspica “l’assegnazione di un’identità legale a tutti, compresa la registrazione della nascita, entro il 2030”».

Insomma, Bill Gates, l’ONU, la Banca Mondiale, che ha dato inizio al progetto con il nome ID4D,  e le élite globali hanno deciso che tutti, senza eccezione, dobbiamo essere identificati con certezza, con dispositivi prodotti dalle aziende che fanno parte del progetto (conflitti di interesse a parte). A chi serva veramente, a parte le argomentazioni capziose, non ci viene detto. In più, però, si aggiunge che tale dispositivo di identità digitale sarà indispensabile per accedere ai diritti di cittadinanza, ovvero per “assicurare un’unica identità legale e attivare servizi basati sull’identità digitale per tutti”, scrive la Banca Mondiale sul suo sito.

Dietro le ragioni umanitarie, quello che si prospetta è un gigantesco sistema di schedatura, tracciamento e controllo dell’intera umanità? Le élite globali si muovono in uno spazio extragiuridico, nel quale decidono le sorti dell’umanità senza nessuna legittimazione politica. Che cosa potrebbe impedire loro, con la potenza dei loro miliardi e la pressione sui governi, di costringere tutti senza eccezione ad ottenere l’identità biometrica dietro il ricatto dell’accesso a qualunque servizio, da quelli sanitari a quelli scolastici, da quelli bancari a quelli giudiziari oppure di esercitare il diritto a comprare e a vendere, a procurarsi il cibo, ad avere documenti, a circolare liberamente, a non essere trattati come reietti senza diritti e condannati alla morte sociale e fisica?

Se il dispositivo fosse un microchip (e la tecnologia nanometrica esiste già), come potrebbero i cittadini “mantenere il controllo sulle proprie informazioni”, se con un clic potrebbero essere cancellati o manipolati, magari perché sgraditi o troppo critici?

La risposta a questa domanda viene dai fatti. Nel 2015, anno di fondazione dell’ID2020, è partita senza apparente ragione la crociata mondiale per l’obbligo vaccinale universale. Ricordiamo che il vertice di Washington del GHSA (Global Health Security Agenda), di cui GAVI è partner fondamentale e da cui la ministra Lorenzin ci ha portato in dono l’obbligo vaccinale, è del 2014. Da allora le politiche vaccinali di molti Paesi si sono fatte aggressive e sempre più autoritarie, comprimendo senza ragione comprensibile altri diritti fondamentali, fra i quali la potestà genitoriale, l’obiezione per motivi religiosi, il diritto all’istruzione, ai documenti di identità (!), alla patente, all’accesso ai concorsi pubblici o alle professioni, perfino la libertà di parola e di espressione, con il pretesto delle fake news. GAVI Alliance è membro fondatore di ID2020, con le aziende farmaceutiche che ne fanno parte. Nel 2019, ID2020 Alliance

ha lanciato un nuovo programma di identità digitale al suo summit annuale a New York, in collaborazione con il governo del Bangladesh, con l’alleanza per i vaccini GAVI e con nuovi partners nel governo, nel mondo accademico e nel soccorso umanitario. Il programma di fare leva [leverage] sulle vaccinazioni [immunization, con abile confusione[1]] come occasione per istituire [establish] l’identità digitale fu svelato [unveiled] da ID2020 in collaborazione con il Programma di Accesso all’Informazione (a2i) del Governo, il Direttorato Generale per i servizi sanitari e il GAVI, secondo quanto annunciato.

Le vaccinazioni sono dunque il veicolo per l’identità digitale. Il che può avvenire in due modi: o, in concomitanza con le vaccinazioni, si prendono le impronte o altri dati biometrici (riconoscimento facciale o oculare), o tramite le vaccinazioni si inserisce nel corpo un microchip. E se le vaccinazioni sono obbligatorie, l’opportunità diventerà un obbligo. Anir Chowdhury, consigliere politico del programma a2i, ammette apertamente che i sistemi di identità digitale saranno necessari agli individui “per l’accesso ai servizi e ai mezzi di sostentamento”. Quindi, anche se non si volesse ricevere questo “dono” non richiesto, che è pure irreversibile, ci si dovrà adeguare, se si vuole sopravvivere. Sembra abbastanza chiaro. Due piccioni con una fava, con grande soddisfazione di Big Pharma. Sarà per questo che Bill Gates ha investito miliardi di dollari in questo progetto. Tutti vaccinati senza limite per tutto ciò che sarà deciso dall’alto, anche se contrari; tutti sotto controllo senza scampo.

Che sia questo il senso, lo ha ribadito lo stesso Bill Gates pochi giorni fa, affermando che per circolare nuovamente “avremo dei certificati digitali per dimostrare chi è guarito o è stato testato recentemente o, quando avremo il vaccino, chi lo ha ricevuto”. Alludeva ai tatuaggi a punti quantici da iniettare sottopelle come documento portatile con le informazioni sulle vaccinazioni effettuate. Del resto, la Commissione europea dal 2018 sta lavorando al passaporto vaccinale per tutti gli europei.

In collaborazione con aziende leader nel settore dell’identificazione biometrica, come NEC e Simprints (altra GPPP, a cui partecipano sempre GAVI e Bill e Melinda Gates FoundationUSAID e Global Innovation Fund), GAVI sta realizzando il progetto di “usare la biometria per migliorare la copertura vaccinale nei Paesi in via di sviluppo”. La stessa cosa si sta facendo ad Austin, Texas, con i senzatetto, e altrove per la gestione dei rifugiati, attraverso altre GPPP come Irespond ed Everest. Impossibile sfuggire, quindi.

GAVI, ovvero i finanziatori privati dell’OMS, ormai priva di ogni indipendenza e ridotta praticamente ad ufficio marketing delle multinazionali, decide le campagne vaccinali e poi verifica che nessuno sfugga, e nel frattempo raccoglie i dati biometrici di ciascuno. Per chi? A quale scopo? Ovviamente, non è ignota la possibilità che se ne faccia un uso repressivo e autoritario. La tecnologia permette la sorveglianza capillare e occhiuta dei cittadini e i governi non se ne astengono certo. Anche in Italia sono richieste le impronte digitali per la carta di identità e il riconoscimento facciale sta entrando negli aeroporti. Il 5G, che è tecnologia militare, renderà tutto ancora più facile. Che uso se ne faccia, non è dato saperlo.

I dispositivi per l’identità digitale, al momento, sono costituiti da scanner biometrici. Dei microchip non si parla, nel sito di ID2020, il che non significa che non saranno usati con i vaccini. Ma ormai è collaudata la strategia dell’approccio graduale, e i microchip sono già impiantati dagli anni ‘70 in molti contesti, fra i quali la guerra del Vietnam e quella in Iraq. Non mancano perciò le preoccupazioni, tutt’altro che campate in aria, nell’era del capitalismo della sorveglianza. Esistono già infatti dispositivi grandi come un granello di polvere, prodotti dalla giapponese Hitachi, capaci di interferire con i processi cellulari e di modificare emozioni e comportamenti. Del resto, già da tempo la Glaxo-Smith Kline ha avviato in Gran Bretagna un progetto di bioelettronica da 540 milioni di sterline, che prevede l’utilizzo di microchip impiantati per somministrare farmaci e vaccini e che è diretto da Moncef Slaoui, responsabile del settore vaccini della multinazionale britannica.

Rauni-Leena Luukanen-Kilde, MD, primo ufficiale medico in Finlandia, morta in circostanze poco chiare sempre nel 2015, già nel 1999 scriveva[2]:

È tecnicamente possibile che ad ogni neonato venga iniettato un microchip, che potrebbe poi servire per identificare la persona per il resto della sua vita. Questi piani sono stati segretamente discussi negli USA senza alcuna diffusione pubblica dei problemi di privacy implicati. […] Gli esseri umani impiantati possono essere seguiti ovunque. Le loro funzioni cerebrali possono essere monitorate da lontano da supercomputer e perfino alterate cambiando le frequenze. […]

Sarebbe opportuno anche ricordare che l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato accusato pubblicamente di aver ceduto nel 2016 all’IBM i dati sanitari dei cittadini italiani. Come scrive il giornalista Gianni Lannes:

Nel Memorandum of Understanding siglato il 31 marzo 2016 a Boston da Matteo Renzi, allora primo ministro sia pure di un governo senza mandato elettorale palesemente telecomandato da interessi finanziari stranieri, è scritto: 

«Come presupposto per realizzare il programma ed effettuare l’investimento IBM si aspetta di poter avere accesso – in modalità da definire – al trattamento dei dati sanitari dei circa 61 milioni di cittadini italiani (intesi come dati sanitari storici, presenti e futuri) in forma anonima e identificata, per specifici ambiti progettuali, ivi incluso il diritto all’uso secondario dei predetti atti sanitari per finalità ulteriori rispetto ai progetti».

All’insaputa degli italiani, il capo di un governo eterodiretto dall’estero, in cambio di un investimento a Milano, si mette d’accordo con una famigerata multinazionale già in affari con Hitler per schedare gli ebrei da sterminare nei lager.

Quale uso ulteriore ne possa essere fatto, non è dato sapere. Certo che il precedente nazista non rassicura, specie se si considera la pressione che viene fatta con la forza dei miliardi per imbavagliare ogni forma di dissenso e ridicolizzare tutte le voci critiche. Abituati a dare ordini, i miliardari globali si sentono padroni del mondo e fanno piani di ingegneria sociale a lungo termine. Si chiama delirio di onnipotenza.

La crisi del Coronavirus, con la sospensione delle libertà democratiche e il terrorismo mediatico, sta offrendo loro una splendida opportunità. Ne ha spiegato bene i contorni il dottor Shiva Ayadurai, l’inventore dell’email, candidato al Senato nel Massachusetts, in un video tutto da seguire: Top Doctor exposes everything The Deep State Is Trying To Hide About CV. Sarà meglio svegliarsi.

Patrizia Scanu
Ideatrice del Gruppo Rebis

#ilpopolosiamonoi


[1] La vaccinazione non comporta infatti immunizzazione in tutti i soggetti, anche se non viene mai detto. Ma è la vaccinazione che interessa, non l’immunizzazione!

[2] SPEKULA (3rd Quarter, 1999), leggibile integralmente qui: http://whale.to/b/kilde.html

[Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 3, aprile 2020].

Pubblicato da Redazione Rebis

Membro gruppo esperti e gruppo redazione di Rebis.

2 pensieri riguardo “Quando il privato governa il pubblico (parte terza). Bill Gates, dal Coronavirus all’identità digitale

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