C’era una volta un desiderio…

Avevo circa 17 anni ed ero seduta sul letto della mia camera a studiare. Frequentavo le superiori e studiare mi piaceva davvero tanto. Sognavo di viaggiare e conoscere il mondo, ma non riuscivo ancora a calare nella mia realtà questo sogno, come se una cosa del genere non potesse trovare una collocazione nella mia vita. Sentivo, infatti, di non avere grandi ambizioni e forse aveva persino paura di ipotizzare grandi progetti. In fondo chi ero io per puntare in alto, pensare di distinguermi dalla normalità di ciò che fanno tutti?  Nessuno!  

Quel giorno seduta sul letto, accadde però qualcosa che non mi aspettavo: da un punto imprecisato dell’universo mi arrivò chiaro un messaggio. Come se fosse un pensiero che arriva dal cuore, quindi senza il peso dei pensieri che arrivano dalla mente, densi di un contenuto invisibile che va al di la delle parole di cui sono composti.  Quel pensiero diceva: non posso fare quello che hanno fatto i miei genitori!  Cercai di decifrarlo attivando i normali meccanismi mentali ma, venendo dal cuore, non potei comprenderlo.  So solo che iniziai a piangere disperatamente senza un motivo che sembrasse valido. Nella mia mente iniziarono a scorrere le immagini della vita dei miei genitori, persone semplici, grandi lavoratori, che tanto mi hanno insegnato e alle quali sono grata perché a loro devo ciò che sono.  In un tempo fuori dal tempo vidi la mia vita scorrere allo stesso modo: avrei fatto le stesse cose seppur adeguandole al tempo in cui io stavo esistendo. In quell’istante vidi e compresi inconsapevolmente come le vite siano una ripetizione che noi non percepiamo come tale perché confusi da un’apparenza differente. I miei nonni erano contadini, i miei genitori si sono affrancati da questo “destino” e hanno fatto altro, io stavo studiando e avrei fatto altro ancora.  In apparenza vite diverse, ma io sentivo che in realtà non cambiava niente, la genetica si ripeteva girando sulla stesa giostra e questo mi generava una profonda disperazione.  Continuavo a ripetermi piangendo, non posso fare quello che hanno fatto i miei genitori, non posso farlo ….  Ma non trovavo una via d’uscita, quell’attimo era fuori dal tempo e non riuscivo a collocarlo nel mio tempo dandogli la forma di un progetto e quindi pensai: cosa ci faccio con questa cosa? In quell’istante la magia si ruppe. Il cuore aveva dato il suo messaggio che, non compreso, era stato ingoiato dalla mente che dette la sua risposta: niente, ti diplomerai, troverai un lavoro, ti sposerai, avrai figli ecc. Una vita normale che potrebbe passare inosservata. Usando la mente quella vita diventò giusta e indiscutibile e mi apprestai a viverla. Il mio desiderio perduto, o forse tornato a quel tempo fuori dal tempo.

Qualche anno dopo mi diplomai, trovai un lavoro (anzi un lavoro trovò me!). Io avrei voluto proseguire gli studi, ma la traccia genetica nella quale stavo muovendo i miei primi passi da giovane adulta diceva che non puoi mollare un lavoro quando si fa così fatica a trovarlo. Iniziai così a lavorare e mi iscrissi all’università serale, illudendomi di mantenere in vita quel desiderio più leggero dell’aria.

La prima volta che entrai nell’aula universitaria mi si fermò il cuore: era enorme, bellissima, scranni in legno, decorazioni alle pareti, l’aria austera da vecchio lord inglese. Ed io? Il desiderio ci riprova e bussa ancora alla porta del mio cuore; io lo sento, anche se la sua voce è più flebile rispetto ai 17 anni (o forse io sono diventata più sorda al suo richiamo) ma ancora una volta la stessa domanda: cosa ci faccio io con questa cosa, come posso ambire a tanto, come posso calare questa cosa così grande nella mia vita se non ho grandi progetti da realizzare? Mi si chiude persino il cervello e, senza usarlo, decido quindi di non poter stare lì dentro. Il mio desiderio ritorna nel suo tempo fuori dal tempo ed io resto in quel tempo della mia vita, dove ripeto quello che hanno fatto i miei genitori che non hanno certo frequentato l’università. Non ho neppure il ricordo di come sia avvenuto, ma in quell’aula non ci ho più rimesso piede. Per consolidare la traccia genetica nella quale mi stavo ormai impratichendo a camminare incontrai subito dopo colui che diventò mio marito. Un matrimonio per altro felice, seppur terminato anni dopo. 

Dopo molti anni ho compreso che la nostra realtà, il tempo che noi percepiamo come mono-dimensionale in realtà è multi-dimensionale. Quel mio desiderio così leggero è fuori dalla dimensione della mente e del corpo col quale vivo la mia vita. Tuttavia fa parte di me e, anzi, è l’espressione della mia parte più autentica. Le due realtà sono parallele l’una all’altra, vivono insieme seppur su piani di esistenza ed energie diverse. Là fuori esiste tutto in forma potenziale, qui dentro è già tutto creato e non ci sono sorprese: la nostra scelta è fra le varie opzioni già tutte in esistenza. Quel desiderio è così leggero perché non ha un vissuto nel quale si è cristallizzato, è libero e alla ricerca di un cuore che lo realizzi. Il mio cuore lo ha sentito ma, purtroppo, non ha avuto la forza di coglierlo, difenderlo e realizzarlo. La mia vita sarebbe stata diversa se lo avessi fatto.  Io sarei diversa perché quando perdi di vista un desiderio, perdi di vista te stessa e questo è un errore.  Un grande errore, e così facendo si mette la propria vita sul binario della genetica, si ripercorrono esperienze ed emozioni simili seppur declinate in base alla realtà del tempo lineare nel quale noi stiamo vivendo.

In questi momenti così difficili che stiamo sperimentando a livello individuale e collettivo, io credo che ci possa salvare solo il desiderio della nostra parte più autentica, quella che sta fuori dal tempo, ma che può determinare un nuovo corso nel tempo in cui stiamo vivendo.  Quel desiderio viene dal cuore e il nostro cuore non può che volere il nostro bene e il bene di tutta l’umanità.  Se ci aggrappiamo al nostro cuore come a un’ancora di salvezza troveremo il modo di portare nella nostra realtà di vita un’espressione di quel desiderio che non può che contenere il bene comune, la dignità e lo sviluppo delle coscienze. Quel desiderio non ha un vissuto e quindi può creare un nuovo vissuto che non affonda le sue radici nei fallimenti del passato.  Se è cosciente di sé può trarre spunto dall’esperienza passata, ma scrivere un nuovo finale: quello che desidera sia.  Quanti più saremo a farlo, tanto più alta e assordante sarà la voce dei nostri cuori.

Alla domanda: e il tuo desiderio? Non vorrei mai più trovarmi nella condizione di dover rispondere: l’ho perso di vista, purtroppo…

Graziella Cella
Blogger Gruppo Rebis

Pubblicato da Redazione Rebis

Membro gruppo esperti e gruppo redazione di Rebis.

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